26.10.26 – Sergio Fontegher Bologna – Redazione Italia
L’altro giorno uno di quei personaggi che da veri sono più grotteschi di quando Crozza ne fa l’imitazione, faceva vedere sul suo canale dove i poliziotti dovrebbero dare la manganellata ai “maranza” per rieducarli; nel video lo si vede spostare il colletto della camicia per mostrare il punto preciso dove il manganello deve colpire. Non sulla testa, sulla cervicale.
Insomma, bisogna che i giovani re-imparino le buone maniere. E che gli adulti diano l’esempio. Il Presidente dello stato più potente del mondo dal punto di vista militare, la cui moneta è ancora il principale mezzo di pagamento internazionale, si sveglia un mattino e dice: “Ok, mi prendo la Groenlandia”. E pare normale. Un ragazzo di tredici anni, figlio d’immigrati, spacca una vetrina e si prende una felpa… il Consiglio dei Ministri si riunisce d’urgenza, 500 paracadutisti vengono fatti partire in gran fretta, il Ministro della giustizia vara un piano straordinario di costruzione di carceri minorili, il Presidente della Repubblica firma un decreto che infligge alla famiglia del ragazzino una multa di 20 mila euro per il vetro rotto… Nemmeno se ci fossero le truppe di Putin alle porte di Trieste ci sarebbe tanta agitazione.
La coppia Netanyahu-Trump, sta facendo il possibile perché il carburante ci costi il triplo e intanto, con gli stretti di Hormuz bloccati e Suez dove si passa a singhiozzo, gli armatori fanno soldi a palate e gli assicuratori ne fanno ancora di più. Ma nessuno dice che la crisi di Hormuz ha peggiorato la condizione dei lavoratori marittimi rimasti intrappolati sulle navi, “come non si era mai visto dalle seconda guerra mondiale in poi” (parole di un dirigente IMO, l’Organizzazione marittima internazionale). La sofferenza degli uomini non è argomento tra gli esperti di geopolitica.
La nostra underdog ripete spesso: noi sbattiamo in galera i minorenni violenti, perché chi protesta pacificamente possa continuare a farlo. Siamo noi i difensori della democrazia, il governo protegge la vostra libertà di manifestare.
Grazie, Presidente, magari, se ha tempo, un giorno parliamo anche del riconoscimento facciale, un aspetto che con la democrazia ha poco a che fare. Oppure dello stigma del “maranza”. In che senso? Nel senso che se un ragazzino è figlio d’immigrati e ha meno di quindici anni, in base a questi meri dati anagrafici, indipendentemente dai suoi comportamenti sociali – sia che vada a messa tutte le domeniche o che spacchi le vetrine di un negozio – sarà bollato per sempre come “maranza” e non sarà facile per lui “inserirsi”, trovare un lavoro. Rischia una condizione che ricorda alla lontana gli anni in cui un ebreo poteva anche gridare “Heil Hitler”, poteva persino attaccarsi la svastica sul petto, ma finiva nei Lager lo stesso.
Al Sud la protesta ha qualcosa di più solido, ci sono i trattori, ci sono i camionisti. Fermandosi un attimo a pensarci, l’immagine di questo paese e delle sue classi dirigenti è allucinante. Sul n. 7 di “Primo Maggio”, settembre 1976, mezzo secolo fa (!!) pubblicavamo un articolo intitolato “I camionisti”. Lo trovate in rete, leggetelo e diteci se non siamo ancora allo stesso punto, anzi, peggio. Mettevamo in evidenza il paradosso della forza contrattuale di una categoria (se si fermano i camion si ferma il paese) e della sua difficoltà a esprimerla; dicevamo che avevano scritto pagine memorabili nella storia del movimento sindacale (i teamsters di Minneapolis che avevano capito il trucco del sistema hub-and-spoke). Nulla è cambiato, se non in peggio, da mezzo secolo. Forse perché non è cambiato il processo lavorativo, nemmeno con l’IA. Gli operai della catena di montaggio hanno visto arrivare le isole di produzione, hanno visto arrivare i robot. L’operatore nella cabina di un camion ha gli stessi gesti, le stesse mani sul volante, gli stessi piedi sulla frizione, gli stessi occhi sullo specchietto retrovisore, le stesse piazzole di sosta, la stessa cuccetta in cabina.
Dopo mezzo secolo. Nel trasporto su strada il grande cambiamento è stato nel controllo sul lavoro, come se un grande occhio avesse preso posto nel sedile accanto a quello dell’autista. Una volta si diceva che il camionista di tir è libero, senza controlli, nessuno lo vede quando è in viaggio. Oggi i sensori installati sui camion sono in grado di dire se ha schiacciato troppo l‘acceleratore e ha consumato qualche goccia di gasolio di troppo. Stessa storia coi furgoni dei driver di Amazon seguiti da remoto. Nelle proteste di questi giorni non hanno posto rivendicazioni tariffarie, hanno parlato di sopravvivenza, e hanno anche detto basta a una guerra che manda il prezzo dei carburanti alle stelle (da leggere l’articolo di Andrea Bottalico sul “Il Manifesto”).
Per non parlare degli agricoltori. Cosa vuol dire “agricoltore” nell’Italia di oggi? Il proprietario di un terreno di qualche ettaro coltivato, con qualche macchina agricola, che guida il trattore e un paio di dipendenti assunti regolarmente o un tale che, d’accordo con intermediari e caporali, fa lavorare in condizioni di paraschiavismo immigrati reclutati ai cancelli dei Cpr? Ho letto che un produttore di pomodori può incassare anche 50 centesimi al chilo, da noi al mercato li paghi anche cinque/sei euro. E non sai se quei 50 centesimi li “spunta” il produttore in regola o lo schiavista. Trasporto su strada e agricoltura, logistica e settore alimentare, ma anche la moda, i servizi di cura, i cantieri navali e altri settori stanno in piedi su un sostrato d’illegalità così pesante che al confronto la violenza che può capitare nei cortei è acqua fresca. Le inchieste della Procura di Milano parlano chiaro.
L’imponente dispositivo di sicurezza predisposto dal governo ha fatto il suo esordio a Milano nel week end del 24/25 ottobre. Quelli della Folgore sono rimasti una giornata impalati a guardarsi in faccia con carabinieri, polizia e un drappello di vannacciani venuti “per dare una mano”. Il sindaco non si è fatto vedere. E nemmeno gli azionisti della mafia immobiliare sono venuti a dire “grazie!” a chi difende i loro interessi e quelli della cittadella dello shopping, conosciuta in tutto il mondo. Dove può capitare che vendono per 5 mila euro borsette cucite da cinesi trattati come schiavi nei laboratori del pratese, che a loro costano 100 euro sì e no.
In Montenapoleone a chi entra in un negozio dei grandi marchi apre la porta con gesto servile un signore vestito di nero ma nero anche di pelle, come ai tempi di zio Tom. Sappiamo che quella è la vetrina del lusso, ci siamo abituati. Difficile abituarsi a un’esibizione così esplicita, così voluta, dei simboli dello schiavismo. Un giorno ho portato un amico tedesco a vedere, non credeva ai suoi occhi: “a Berlino una cosa simile sarebbe inconcepibile”.
Il 25 ottobre dell’ipotetica forza occulta che, secondo Crosetto, sarebbe capace di scatenare una “guerra ibrida”, manco l’ombra. Sparito anche il temutissimo “movimento del 17 ottobre”. In piazza Duomo, dov’ero andato a dare un’occhiata appena tornato da Trieste, tutto normale. A un tratto il dna operaista mi porta come un automa davanti alla sede di Assolombarda. Pace e silenzio come in un convento. E dentro di me pensavo: “Ma questi non sono quelli dei bassi salari? Degli appalti e subappalti? Del caro affitti? Dei medici che scappano? Non sono quelli dello studio Mediobanca, appena uscito, dove si vede che nel triennio 2023/2024/25 le imprese medio-grandi hanno visto schizzare in alto i loro margini di guadagno? (Cfr. p.13, Fig.3). Come se andassero a gonfie vele quanto più la maggioranza degli italiani sta peggio. E come mai qui nessuno viene a manifestare, a protestare, come mai qui non ci sono i parà? Sarò mica fuori tempo a restarne stupito?” E con questo dubbio sono tornato a casa.