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Politica e politiche Immigrati: la costruzione di un immaginario del pericolo

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politica e politiche Immigrati: la costruzione di un immaginario del pericolo Youri Lou Vertongen Ricercatore in Scienze politiche, Université Saint Louis, Bruxelles.

Le politiche pubbliche non offrono soltanto soluzioni pratiche ai problemi, ma sono molto efficaci nel forgiare una mentalità e una rappresentazione pubblica dei fenomeni. Il caso delle politiche migratorie è esemplare: i dispositivi normativi non sono neutri, ma affermano e radicano un certo modo di rappresentare le persone migranti come una minaccia per la sicurezza. Come è possibile costruire narrazioni alternative delle migrazioni? Quando do un corso di analisi delle iniziative pubbliche, inizio spesso ponendo agli studenti questa domanda: le politiche pubbliche si limitano a risolvere problemi o producono, anche, implicitamente, una certa visione del mondo? Rapidamente, la discussione si sviluppa intorno a quelli che la letteratura scientifica chiama “effetti cognitivi degli strumenti di politica pubblica”. Governare significa non soltanto decidere e regolamentare, ma anche dare un nome alle cose, classificare, stabilire gerarchie, rendere visibili certe realtà o nasconderne altre. Significa distinguere ciò che rappresenta un “problema pubblico” da ciò che appartiene alla sfera dell’ordinario, individuare ciò che merita protezione e ciò che richiede sorveglianza, tracciare la linea di confine tra normalità e devianza. Ogni politica pubblica realizza così una sorta di mappatura implicita della realtà: distribuisce i posti, fissa le categorie e suggerisce le responsabilità. In altri termini, nel momento in cui la politica pubblica Traduzione dall’originale francese «Dispositifs anti-migratoires et fabrication d’un imaginaire du danger», in En Question, 156 (2026) 30-35 a cura di Mauro Bossi SJ. • 493 Aggiornamenti Sociali agosto-settembre 2026 (493-498)agisce sul mondo, essa opera contemporaneamente sulle lenti attraverso le quali questo mondo è percepito e interpretato. Questo articolo nasce dalle conversazioni avute in aula con gli studenti e si basa su un’intuizione fondamentale, formulata molto tempo fa dal politologo francese Pierre Muller e successivamente sviluppata dai sociologi francesi Pierre Lascoumes e Patrick Le Galès: gli strumenti impiegati negli interventi pubblici non sono mai neutri. Essi veicolano una visione del mondo, una concezione, per lo più non dichiarata, dei problemi e delle parti della società alle quali sono indirizzati. Se applichiamo questa intuizione alle politiche migratorie europee, la nostra prospettiva cambia profondamente, perché il problema non è più soltanto sapere come queste politiche funzionano sul piano pratico, ma anche capire che cosa producono dentro di noi; non solo i problemi che esse pretendono di risolvere, ma anche quelli che contribuiscono a creare, oltre al modo in cui plasmano una certa rappresentazione pubblica dei fenomeni migratori e delle persone migranti. Governare è far vedere le cose in un certo modo Un dispositivo istituzionale deve essere compreso come un modo di organizzare le norme, le pratiche e i simboli, che danno forma alla nostra percezione della realtà. Non si limita a regolare i comportamenti, ma produce categorie interpretative. Le politiche europee sull’immigrazione funzionano esattamente come dispositivi cognitivi. Più che descrivere il fenomeno migratorio, lo mettono in scena, lo inquadrano, lo traducono in un linguaggio istituzionale che rende comprensibile da un angolo visuale delimitato. Danno così forma a una sfera di visibilità – ciò che viene mostrato – e a un ambito di intelligibilità – ciò che diventa pensabile. La detenzione amministrativa è l’esempio più evidente. Sul piano giuridico, è un dispositivo che regolamenta un allontanamento della persona dalla società. Sul piano simbolico, il suo impatto è molto più forte; imprigionare persone che non hanno commesso alcun reato, per un tempo indefinito e spesso lungo, attiva uno degli strumenti più potenti dello Stato: la privazione della libertà. Nelle nostre società, la detenzione è storicamente associata alla sanzione penale ed evoca la colpevolezza, la pericolosità e la necessità di proteggere la collettività. Anche se il diritto distingue tra detenzione amministrativa ed esecuzione della pena in carcere, sul piano cognitivo è inevitabile una confusione di piani. Per il fatto di essere una struttura chiusa, circondata da filo spinato, dotata di dispositivi di controllo e sorvegliata da agenti in uniforme, il centro di detenzione amministrativa rimanda inevitabilmente all’universo carcerario. Mostra il fenomeno migratorio come un rischio da arginare. Il messaggio implicito è spaventosamente semplice: se bisogna rinchiuderli, è perché sono pericolosi. Il contenuto della normativa passa in secondo piano: la strut494 Youri Lou Vertongen •politica e politiche tura parla da sola e rappresenta il migrante come un soggetto che va sorvegliato, immobilizzato, neutralizzato. Questa messa in scena istituzionale si presenta come la dimostrazione che la migrazione è un problema di sicurezza, dal momento che viene gestita con gli strumenti tradizionalmente impiegati nella repressione del crimine. Il dispositivo realizza una traduzione: una situazione amministrativa diventa una sfida per l’ordine pubblico. Questo spostamento di significato, quasi impercettibile sul piano giuridico, è invece notevole su quello dei suoi effetti simbolici. Ma l’effetto cognitivo non si esercita soltanto sulla società in generale: agisce anche sugli stessi migranti. Vivere sotto la minaccia costante di una possibile reclusione porta a interiorizzare una condizione di radicale precarietà. Il centro di detenzione dà forma a un orizzonte anticipatorio: imprime nella coscienza l’idea che la libertà è condizionale e sempre revocabile. Per le persone in situazione irregolare o precaria, la possibilità di essere arrestate e rinchiuse in un luogo simile a una prigione diventa un dato permanente dell’esistenza. Questo regime di minaccia modifica quindi i loro comportamenti, le traiettorie degli spostamenti, la presa di parola in pubblico. Invita a non comparire, a vivere con discrezione. Produce un sentire personale segnato dall’incertezza e dalla paura. Il centro di detenzione non si limita a rinchiudere il corpo: produce soggetti che sanno di poter essere rinchiusi. Stabilisce inoltre una gerarchia: alcune vite sono libere, altre lo sono finché la loro libertà non viene sospesa. Quando la detenzione amministrativa diventa un elemento ordinario del paesaggio istituzionale, anche la paura diventa ordinaria. Per la maggioranza della popolazione, conferma l’idea che l’immigrazione è problematica o addirittura pericolosa. Per i migranti, significa che la loro presenza resta sotto condizione, sorvegliata, e che potrebbe venire interrotta in qualsiasi momento. Le politiche migratorie come gestione di una minaccia L’esternalizzazione delle frontiere prolunga e amplifica questo processo cognitivo. Spostando il controllo dei flussi migratori lontano dagli sguardi europei, affidandoli a Paesi terzi, a guardie costiere straniere o ad agenti che operano ai margini del controllo democratico, l’Unione Europea non modifica solo la geografia delle proprie frontiere, ma anche il loro significato. La violenza non scompare, ma si sposta. Forse diviene meno imputabile, nella misura in cui viene diluita negli accordi tecnici e nella cooperazione per la sicurezza. Tuttavia, questo spostamento rafforza un messaggio centrale: la minaccia viene da altrove, è a monte, alle porte d’Europa. Questo dispositivo produce un doppio effetto: rende invisibili le sofferenze delle persone intercettate, bloccate o detenute nei Paesi di transito, e conferma l’idea che la migrazione costituisce una pressione anomala che va contenuta prima che raggiunga il territorio europeo. La frontiera cessa di essere un semplice luogo di passaggio e si trasforma in un ba• Immigrati: la costruzione di un immaginario del pericolo 495stione di difesa. Assume una missione di tipo morale: difendere l’ordine europeo da un supposto disordine. Il dispositivo alla frontiera racconta una storia nella quale la mobilità umana è implicitamente equiparata a una forza perturbatrice, che richiede perciò una gestione tanto eccezionale quanto permanente. Altri strumenti più diffusi rappresentano l’immigrazione sotto il segno del sospetto. Le crescenti restrizioni al ricongiungimento familiare sono un esempio emblematico. La richiesta di disporre di risorse economiche sempre più elevate o di provare il proprio grado di integrazione, i ritardi prolungati negli iter burocratici insinuano l’idea che la richiesta di vivere con la propria famiglia è potenzialmente fraudolenta. Il migrante viene rappresentato come un astuto stratega, pronto a strumentalizzare i propri legami affettivi per aggirare la legge. L’amore diventa sospetto e la genitorialità un rischio amministrativo. La pratica, esistente in diversi Paesi europei, delle visite domiciliari da parte delle forze dell’ordine per verificare che le persone facciano realmente vita di coppia, estende la logica inquisitoria perfino allo spazio privato. Penetrare nell’intimità per stabilire che una Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo Il 12 giugno 2026 è entrato in vigore nei 27 Stati membri dell’UE il “nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo”, che riorganizza le politiche comuni di gestione dei flussi migratori all’interno dell’UE. Il Patto è stato recepito dall’Italia con il D.L. 12 giugno 2026, n. 100. I punti chiave della nuova normativa sono: Meccanismo di solidarietà obbligatoria: si attiva in caso uno o più Stati membri si trovino a gestire flussi migratori eccezionali. Gli altri Paesi membri possono contribuire in tre modi: accogliendo sul proprio territorio un certo numero di richiedenti asilo; attraverso un contributo finanziario, da versare in un fondo comune (Solidarity Pool) gestito dall’UE; fornendo aiuto tecnico ai Paesi di primo ingresso. Procedure accelerate di frontiera: devono esservi sottoposte le persone che: provengono da Paesi considerati “sicuri” o per i quali il tasso di riconoscimento della protezione internazionale nei Paesi membri dell’Unione è inferiore al 20%; sono considerate un rischio per la sicurezza (anche se si tratta di minori non accompagnati); hanno fornito informazioni false o incomplete alle autorità. Nel corso dell’analisi della domanda, i richiedenti protezione internazionale devono essere trattenuti in centri appositi, che potranno essere anche in Paesi terzi, senza eccezioni per nuclei familiari o minori. Criteri aggiuntivi per determinare quale Stato membro è competente per l’esame delle domande di protezione internazionale: oltre al Paese di primo ingresso può essere anche un Paese in cui risiedono altri membri della famiglia del richiedente. Raccolta di dati biometrici (aggiungendo le immagini del volto alle impronte digitali), per tutte le persone di età superiore ai 6 anni (in precedenza era 12 anni). Sono previsti anche controlli sanitari e di sicurezza. Ogni persona deve essere identificata entro 72 ore. 496 Youri Lou Vertongen •politica e politiche coppia è davvero tale o che una persona abita dove dichiara è un segnale potente. Questo regime di sospetto non colpisce soltanto le persone interessate, ma dà a tutto il corpo sociale il messaggio che l’immigrazione è uno spazio di frode e che la vigilanza deve essere costante. Infine, la criminalizzazione delle forme di solidarietà porta a compimento questo dispositivo cognitivo. Quando cittadini, volontari o associazioni vengono perseguiti penalmente per avere dato ospitalità, trasportato o accompagnato dei migranti, la frontiera di ciò che è tollerabile si sposta nuovamente. Non è più messa in questione solo la presenza del migrante , ma è il gesto di aiuto a diventare ambiguo. L’ospitalità, a lungo considerata una virtù civica, viene ora sospettata di complicità. L’effetto cognitivo è profondo. Se dare aiuto a una persona è un comportamento potenzialmente perseguibile, allora la persona aiutata non può che essere un criminale. Se la solidarietà viene disciplinata, sorvegliata e perfino sanzionata, è perché essa rappresenta un serio problema. Così, le politiche pubbliche tendono a convalidare atteggiamenti tipici della retorica xenofoba: la diffidenza, il timore di una sostituzione, la necessità di prevenire una invasione. Con gli strumenti indicati – esternalizzazione dei controlli, sospetto amministrativo, criminalizzazione dell’irregolarità, messa in discussione della solidarietà – si dispiega una narrazione secondo la quale il fenomeno migratorio è un disordine da controllare, un rischio da anticipare, una presenza che deve essere contenuta. Come raccontare diversamente le migrazioni? Che cosa fare? Se i dispositivi attualmente in vigore raccontano il fenomeno migratorio attraverso la lente della paura e del sospetto, produrre una contronarrazione più empatica non è sufficiente. È necessaria un’operazione più radicale, che consiste nello spostare il nostro punto di vista. In primo luogo, c’è un’esigenza politica troppo spesso aggirata: ascoltare le persone migranti in quanto parte a pieno titolo dello spazio pubblico. Non per “dar loro la parola” – formula alquanto paternalistica – ma per riconoscere che esse già parlano e hanno un’analisi, una diagnosi e delle critiche circa i dispositivi che le governano. I collettivi di migranti irregolari, le associazioni di dissidenti in esilio, le reti di mutuo aiuto non sono solo spazi fragili di solidarietà, ma luoghi di elaborazione politica. Formulano rivendicazioni, sviluppano interpretazioni del diritto e delle prassi e portano così alla luce la tensione tra le pratiche amministrative restrittive e i principi di uguaglianza e di tutela dei diritti fondamentali proclamati dallo Stato. Ascoltare le persone direttamente coinvolte significa, dunque, sottrarre l’analisi della situazione al monopolio delle istituzioni, degli esperti e dei commentatori. Significa prendere sul serio quello che i migranti dicono del razzismo istituzionale, dell’arbitrarietà delle procedure amministrative, • Immigrati: la costruzione di un immaginario del pericolo 497dell’usura psicologica causata dall’attesa e dall’incertezza. Significa, inoltre, riconoscere la loro capacità di descrivere le conseguenze delle politiche: la paura diffusa, l’interiorizzazione del sospetto, la frammentazione dei percorsi familiari. Questo ascolto non è un gesto morale, ma politico, in quanto sposta la produzione del sapere e delle narrazioni. Per raccontare diversamente le migrazioni occorre rispettare l’autonomia delle persone migranti, troppo spesso rappresentate soltanto come destinatarie di aiuto, compresse nella dimensione della loro vulnerabilità. Molti collettivi di migranti rivendicano esplicitamente la propria capacità di agire e la volontà di definire autonomamente i termini della lotta, il linguaggio appropriato e le priorità politiche. Tutto questo va preso sul serio, se vogliamo che i migranti non siano solo potenziali destinatari di certi diritti, ma soggetti politici che contribuiscono a definirli. Raccontare diversamente le migrazioni significa anche rifiutare l’eccezionalismo permanente. La migrazione non è un incidente di percorso contemporaneo, ma è costitutiva delle società umane. Sottrarre i fenomeni migratori al registro dell’urgenza e della minaccia significa ricollocarla nella lunga storia degli spostamenti, dell’interdipendenza e degli scambi. Non significa negare le tensioni che dalla migrazione possono sorgere, ma rifiutare di interpretarle solo attraverso le categorie del pericolo e della perdita di controllo. Sostituire la narrazione dell’invasione con quella della relazione, della convivenza, dell’interdipendenza, è modificare il quadro mentale con il quale si affrontano le questioni. Le politiche migratorie non sono mai neutre. Producono modi di vedere, sentire e giudicare. Finché i dispositivi di legge saranno fondati sulla paura, sulla criminalizzazione e sul controllo, le contronarrazioni resteranno fragili, in quanto saranno sistematicamente contraddette dalla concretezza delle norme e degli strumenti in campo. Non si può fare appello a una cultura dell’ospitalità, mantenendo al tempo stesso strumenti basati sull’esclusione e sul sospetto. Smantellare questi dispositivi o, almeno, metterli in discussione pubblicamente, è una condizione per riaprire l’immaginario politico. Non si tratta solo di riformare determinate procedure, ma di trasformare il quadro percettivo che esse installano, perché quello che viene governato non è soltanto il fenomeno migratorio, ma anche il nostro modo collettivo di comprenderlo. Quest’ultimo è prodotto sia dalle iniziative pubbliche sia dal discorso pubblico, perciò non è immutabile. Può essere modificato, contestato, riconfigurato, a condizione di accettare che le persone migranti partecipino alla costruzione di una narrativa alternativa su se stesse.

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