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UNA SANITÀ A DUE VELOCITÀ: PER CHI SE LO PUÒ PERMETTERE LA MORTE È PIÙ LONTANA

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UNA SANITÀ A DUE VELOCITÀ PER CHI SE LO PUÒ PERMETTERE LA MORTE È PIÙ LONTANA

da La Repubblica

I dati dell’Istat dicono che la speranza di vita è chiaramente legata al reddito. Un atto di accusa inconfutabile e una vera e propria emergenza sociale, collocata alla frontiera più estrema della diseguaglianza Maurizio RicciPuò darsi che, come si è avventurato a dire il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, i poveri mangino meglio dei ricchi. Però,crepano prima. E non è frutto del Caso: il dibattito sulla sanità pubblica dovrebbe partire da qui. L’Istat infatti ha, per la prima volta, incrociato i dati sulla mortalità con le condizioni sanitarie e sociali dei defunti e il quadro dell’Italia che ne risulta è inequivocabile. “Studia, ragazzo, camperai più a lungo” verrebbe da dire scorrendo i dati sulle morti per malattia fra gli italiani over 30. Ne risulta, infatti, che gli adulti che non hanno studiato al di là delle elementari sono solo un quinto della popolazione, ma, nel 2019, rappresentavano i tre quinti dei decessi. Per dirla in un altro modo, nel 2019 (prima della pandemia) si contava un morto ogni 23 persone fra gli adulti con la licenza elementare: il 4,3% del totale di quegli adulti. E fra i laureati? Un decesso ogni 201, ovvero lo 0,5%. Brutalmente: se vi siete fermati alle elementari, avete dieci volte più probabilità di morire per malattia di un laureato.
Il dato, in realtà, qui si ingarbuglia, perché – fa notare un economista, Raffaele Lungarella – si muore più facilmente da vecchi, ma chi è nato 70-80 anni fa ha avuto meno opportunità di studiare di chi è venuto dopo ed è, quindi, più probabile abbia solo la licenza elementare. 
Ecco perché l’Istat ha calcolato un tasso standardizzato di mortalità, che appiana queste conseguenze della lenta evoluzione sociale. Cosa ne viene fuori? In Italia, nel 2019, si sono stati 122,3 decessi ogni 10 mila abitanti. 
Ma il tasso standardizzato di mortalità (a prescindere, dunque, dall’incidenza dell’età sulla scolarizzazione) è di 135 su 10 mila fra chi ha la licenza elementare e un più rassicurante 104,4 per i laureati. 
Naturalmente, non è che il titolo di studio attaccato al muro tenga lontane le malattie. Il punto è che il livello di istruzione è la spia più comune del livello di reddito. E se è vero che non tutti i ricchi sono laureati, (quasi) tutti i laureati ultratrentenni sono (relativamente) ricchi. I dati dell’Istat ci dicono, cioè, che la speranza di vita è direttamente – e vistosamente – legata al reddito. Un esito non facilmente spiegabile in un Paese con il diritto universale, e gratuito, alla salute. 
In effetti, la ricerca dell’Istat pone il dibattito, anche recente, nel quadro della Finanziaria 2024, sui finanziamenti destinati alla sanità pubblica, in una luce cruda. La manovra destina 3 miliardi di euro in più alla sanità, poco più che sufficienti appena a rinnovare i contratti di medici e infermieri e la spesarimane piatta nei due anni successivi. Quindi, continuiamo a spendere, per la sanità pubblica, 12 miliardi di euro l’anno (un po’ meno del 10%) in meno della media europea. Metà dell’investimento della Germania. Ma cosa vuol dire tenere la spesa per la sanità pubblica inchiodata al 6% del Pil, con un esborso pro capite che è inferiore anche alla media dell’Ocse, una organizzazione in cui, per dire, c’è anche il Messico? 
Guardiamo alle cause più comuni di morte per malattia. Un terzo dei decessi, registra l’Istat, è conseguenza di difficoltà del sistema cardiovascolare. Appena meno (il 30%) si deve ai tumori. Infine il 10% a insufficienze respiratorie. Per ognuna di queste cause, la classifica dei decessi vede in testa chi ha la licenza elementare e in coda chi ha la laurea. La spiegazione è semplice. Cuore, tumori, polmoni. Le malattie più letali sono proprio quelle in cui la differenza decisiva la fanno la prevenzione, la diagnosi precoce, le terapie tempestive. Nel mondo della sanità pubblica, della carenza di medici e infermieri, di liste di attesa interminabili, con Tac e risonanze magnetiche programmate a distanza di otto mesi, la morte è, letteralmente, dietro l’angolo. 
Nel mondo della sanità privata, per chi può pagare, l’ecografia è la settimana prossima. È il boom degli ospedali privati, raddoppiati nel giro di dieci anni, ormai la metà del totale.
Il 60% delle visite specialistiche avviene al di fuori delle strutture pubbliche. Ovvero, a pagamento. Infatti, ancora l’Istat certifica che una percentuale altissima, il 7%, degli italiani rinuncia a prestazioni specialistiche di cui, pure, pensa di aver bisogno, o per via delle liste di attesa o per motivi economici. Ma questa percentuale arriva all’11,6% per le persone meno agiate, cioè più di una su dieci. Mentre si ferma al 4,7% – meno di una su venti – per chi ha risorse economiche adeguate. 
È una sanità, insomma, a due velocità. Per chi se lo può permettere, la morte è più lontana. Ne avevamo l’impressione. Ora non è più solo una impressione: i dati dell’Istat documentano un atto di accusa inconfutabile e una vera e propria emergenza sociale, collocata alla frontiera più estrema della diseguaglianza, quella fra la vita e la morte

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