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Quel vuoto tra la cultura “ZTL” e l’avviamento

La destra ci riprova: assecondando uno storico sogno, progetta di appaltare interi pezzi di scuola e di didattica alle esigenze dei privati. Per chi crede nella scuola pubblica è ovvio opporsi a questi progetti, ma non scrivo queste righe per ribadire l’ovvio: il fatto è che lo spazio per introdurre questi progetti, e perfino un certo margine di consenso popolare, è frutto di un vuoto, di una afasia che proprio i difensori della scuola della Costituzione non sono riusciti a colmare. Si volevano superare le divisioni classiste di origine gentiliana, ma poi si è finito con l’avvalorare un modello unico di conoscenza di stampo borghese e liceale (oggi forse si direbbe  “cultura da ZTL”, ma per brevità continuerò a usare “liceale”) bollando come classista ogni tentativo di dare spazio a forme di intelligenza diverse da questa.

Nell’opporsi a modelli di scuola tecnicistica e aziendale si è finito comunque per portare acqua al mulino dell’idea che l’unica cultura degna di formare un cittadino nei dettami della Costituzione sia in fondo quella “liceale”. 

Ci sono due fenomeni di cui la cosiddetta sinistra fatica a prendere atto: esistono intelligenze diverse da quella “liceale”, intelligenze che nella vita possono essere proficuamente utilizzate ma che sono completamente misconosciute nella scuola, quando non anche ostacolate. In secondo luogo esiste una quota di alunni che esce dalla scuola media (se non addirittura dalla primaria) ormai completamente dropout rispetto alle modalità di apprendimento che la scuola propone, e quindi completamente impermeabile a ogni altro tentativo successivo, se inscritto nella stessa forma di pensiero. La schiera dei dropout è eterogenea, e non rispecchia necessariamente le appartenenze di classe, rispetto alle quali puó essere assai trasversale. La cosa non deve consolarci: per questi alunni persi per strada dal sistema scolastico il ceto e il censo ricominciano a contare, eccome, dopo che la scuola li ha abbandonati al loro destino: vecchie e nuove povertà taglieranno le gambe ad alcuni mentre un’appartenenza a un ceto istruito e dotato di reddito sufficiente salverà la vita ad altri. Se questa non è scuola classista, come la vogliamo chiamare?

Continuare a proporre a questi alunni quella che si vorrebbe una “buona scuola del cittadino” (ma che in fondo è una scuola da ZTL) significa continuare a umiliarli, rafforzando la loro sensazione di essere degli esclusi e dei reietti. E sono proprio questi il bacino elettorale più ricco per la destra che oggi ci governa (ce lo dicono le analisi del voto del 2022). Paradossalmente il voto a questa destra è in gran parte creato da meccanismi che sono opera della cosiddetta sinistra (e non certo solo in ambito di politica scolastica).

Gli estensori di corsivi sul Corriere della Sera, che inneggiano alla buona-scuola-selettiva, e i sostenitori dell’idea che la scuola debba valorizzare una conoscenza di tipo liceale (pena l’accusa di classismo) sono accomunati da una olimpica indifferenza per tutti coloro che in questo sistema proprio non riescono a starci e ne vengono inesorabilmente esclusi, talvolta espulsi, talvolta lasciati cadere nel vuoto (la cosiddetta dispersione). Che vadano pure a ingrossare le file dello spaccio e della piccola criminalità, almeno avranno un reddito e non peseranno sulla collettività. È amaro da riconoscere ma questo è. 

In questo deserto qualunque proposta, anche la più becera, che prometta di farsi carico degli esclusi e di fornire loro qualche prospettiva dignitosa può avere un consenso popolare insperato e perfino trasversale. 

Nel timore di cadere nel vecchio classismo gentiliano la cosiddetta sinistra ha giurato ostracismo nei confronti di qualsivoglia modello di scuola professionalizzante. Prima di atteggiarsi ad anime belle sarebbe opportuno fare visita a un buon numero di istituti professionali, soprattutto di una certa area tecnica, per vedere quali ghetti si creano portando avanti questo tipo di principi, declinati in astratto ma inconsistenti alla prova della realtà. Ora non piangiamo lacrime di coccodrillo se di questo spazio si appropriano la destra e l’industria privata, e se vogliono farlo a modo loro.

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