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Ero affamato, assetato, straniero, nudo, malato, carcerato…

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di Luigi Accattoli* Il Regno

Torniamo «al kerygma», dice Francesco dall’inizio del pontificato (Evangelii gaudium, n. 164s; EV 29/ 2270s): ma perché non gli riesce? Non intendo dire che quel ritorno epocale non riesca a lui per qualche sua debolezza, ma che non riesce alla Chiesa che lui guida e già non riusciva con Paolo VI, che pure aveva affermato il «primato» dell’annuncio (Evangelii nuntiandi, n. 34: EV 5/1626) che in Italia si chiamò «primato dell’evangelizzazione».

Perché quel ritorno non è riuscito con nessuno dei papi conciliari, che pure tutti l’avevano perseguito, avendo fatta propria la scelta pastorale del Vaticano II? «L’annuncio ha la priorità permanente nella missione» della Chiesa, aveva affermato Giovanni Paolo II (Redemptoris missio, n. 44; EV 12/634). Affinché quella priorità fosse chiara, Benedetto XVI si era impegnato a scrivere i tre volumi su Gesù di Nazaret.

Come dunque può essere che il ritorno al kerygma non sia ancora avvenuto? La questione mi è stata posta durante un incontro con il Gruppo MEIC (Movimento ecclesiale di impegno culturale) di Reggio Calabria, che prendeva spunto dal titolo di una di queste mie rubriche: «Il mio sogno secondo Gioele» (cf. Regno-att. 12,2023,408).

Rispondendo alla domanda sulla condizione attuale della Chiesa negavo che essa fosse catastrofica, come ormai molti affermano, ma distinguevo tra l’attestazione della fede nel vissuto che mi pare buona e l’annuncio della fede in parole, che avverto come inadeguato.

Per il vissuto cristiano facevo riferimento alle sei caselle del questionario che il rabbi di Galilea propose con la parabola del giudizio: ero affamato, assetato, straniero, nudo, malato, carcerato (cf. Mt 25,35s). A me appare chiara – e maggiore che in altro tempo – l’ispirazione evangelica del vissuto delle nostre comunità in relazione a quel questionario. La chiamo: attualità dei fatti di Vangelo nell’Italia di oggi. Ma l’annuncio in parole? Credo che latiti, e non lo dico del papa e dei vescovi, dei preti all’omelia, dei consigli parrocchiali o del Sinodo sulla sinodalità del quale abbiamo appena visto il primo tempo: lo dico innanzitutto dei cristiani comuni. Dei praticanti della domenica, dei genitori che ancora iscrivono i figli al catechismo. Come lo trasmettono l’annuncio in casa?

Sappiamo tutti che la catechesi parrocchiale è in grande affanno. Lo era sempre ma forse lo è ancora di più oggi, quando magari viene affidata a suore che neanche parlano bene l’italiano e distribuiscono con grande fiducia santini della loro fondatrice a ragazzini che navigano scioltamente in Internet. L’esperienza d’accompagnamento di 5 figli alla catechesi parrocchiale mi assicura che già in decenni lontani la proposta della figura di Gesù era pallida e sfuocata, destinata a un sicuro abbandono appena ricevuta la cresima. Oggi quell’abbandono arriva prima e conosco ragazzi che dopo la comunione rifiutano di fare la cresima.

Durante quella conversazione con il MEIC reggino mi è stato chiesto se vedo in giro qualche segno di reazione alla latitanza dell’annuncio. Certo che li vedo: insufficienti, ma li vedo. Per stare al concreto: c’è un tentativo di ritorno al kerygma quando vediamo genitori sedotti dalla gioia del Vangelo (Evangelii gaudium) che tentano di contagiare con essa i figli, avviando così un nuovo percorso dell’iniziazione cristiana per i giorni a venire. Quando lo stesso fanno i parroci insieme ai loro catechisti, tenendosi sempre stretti alla lettura dei Vangeli, o i vescovi nelle cattedrali. 

Istruiti dalla pandemia, vescovi e preti hanno preso a diffondere lectio bibliche nei nuovi areopaghi della comunicazione. Per esempio il vescovo di Pinerolo Derio Olivero le propone su YouTube. Ma non ho bisogno di guardare lontano per indicare iniziative convincenti di ritorno al kerygma: per l’anno pastorale appena avviato il vescovo del settore centro della diocesi di Roma, Daniele Libanori, ha promosso 4 scuole della Parola che metteranno a fuoco il tema delle Beatitudini. 

Sono tante le iniziative di ritorno ai Vangeli, ma a me pare che non siano sufficienti a proporre all’insieme dell’umanità circostante una nuova immagine di Chiesa. Voglio dire che ancora non bastano a fare dei cristiani i portatori del solo messaggio di Cristo.

Non ci sarà – io credo – un ritorno significativo al kerygma finché i cristiani continueranno a proporre mille messaggi a un’umanità già stordita dal frastuono della comunicazione globale. Finché appariranno come un gruppo potente, che interviene con efficacia sulla scena pubblica. Quando nessuno più la cercherà in campagna elettorale, allora forse la Chiesa potrà dire efficacemente il suo verbo evangelico. Rifatta piccolo gregge, povera e serva, allora forse davvero tornerà al kerygma

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