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Eccesso di ricoveri: 1/3 di ospedali con 40% di ricoveri dovuti a carenze territoriali

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Eccesso di ricoveri: 1/3 di ospedali con 40% di ricoveri dovuti a carenze territoriali

Federazione dei medici internisti ospedalieri, MEDICINA GENERALE REDAZIONE DOTTNET | 12/05/2024 18:28

In media tre ricoveri su 10 si sarebbero potuti evitare con una migliore presa in carico dei pazienti: il 20% dei medici di base aggiorna il fascicolo sanitario elettronico ed i consulti con i medici ospedalieri sono rari

C’è un blackout di comunicazione tra ospedali e servizi sanitari territoriali, ovvero i medici di famiglia, che si consultano quando un paziente è ricoverato in appena il 15% dei casi, mentre in otto casi su dieci i pazienti arrivano in reparto senza che si sappia nulla dei loro trascorsi in fatto di salute in quanto il fascicolo sanitario elettronico è aggiornato appena una volta su cinque.La conseguenza è pesante: in media tre ricoveri su 10 si sarebbero potuti evitare con una migliore presa in carico dei pazienti da parte dei servizi territoriali. Il che in numeri assoluti significa 2 milioni e 250 mila ricoveri evitabili l’anno, pari a uno spreco di circa 6 miliardi, calcolando che il costo medio di un ricovero è di circa 3mila euro. È questa la fotografia del muro che separa in sanità ospedali e territorio, scattata dall’indagine condotta da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri, su un campione rappresentativo di tutte le Regioni, e presentata in occasione del 29/mo congresso nazionale che si apre oggi a Rimini.  Fadoi punta i riflettori anche su un altro fenomeno, legato sempre ai ricoveri impropri: sono in media il 20% quelli di natura ‘sociale’ più che sanitaria. Ossia di pazienti che si sarebbero potuti assistere anche a casa se solo esistesse un servizio di assistenza domiciliare o una rete familiare in grado di accudirli.   Ospedali e sanità territoriale, affermano i medici internisti, rappresentano dunque due mondi quasi incomunicabili che finiscono per generare accessi impropri ai pronto soccorso e ricoveri evitabili. Problemi che solo per il 7,6% dei medici potranno essere risolti da ospedali e case di comunità, il fulcro della riforma sanitaria territoriale finanziata complessivamente con oltre 7 miliardi del Pnrr.

In un ospedale su tre oltre il 40% dei ricoveri per carenze sul territorio

In un ospedale italiano su tre, oltre il 40% dei ricoveri è causato dalla mancata presa in carico del territorio. Partendo dai ricoveri ‘sociali’, ovvero quelli legati a mancanza di assistenza domiciliare o territoriale, questi rappresentano il 20% del totale nel 31,7% delle strutture interpellate mentre la quota supera il 30% nel 15,4% degli ospedali e il 40% nel 4,7% degli stessi, per una media di un ricovero su 5. Nel 34,1% delle strutture si sarebbero invece potuti evitare circa il 30% dei ricoveri con una migliore presa in carico dei pazienti nel territorio. Percentuale di ricoveri impropri che è di più del 40% nel 33,7% dei nosocomi, mentre in altre realtà ospedaliere la quota di ricoveri evitabili oscilla fra il 10 e il 20%. Solo l’1,8% non segnala ricoveri impropri per carenze della sanità territoriale. Variegate le azioni che a giudizio dei medici internisti ospedalieri avrebbero potuto evitare ai pazienti di soggiornare in reparto. Per il 32,6% servirebbe un maggior rapporto tra ospedale e territorio, per un altro 32,4% una maggiore offerta di assistenza domiciliare integrata, per il 21% basterebbero le nuove case e ospedali di comunità e per il 13,9% sarebbe necessaria una apertura più continuativa degli studi dei medici di famiglia.

Solo il 20% dei medici di famiglia aggiorna il fascicolo sanitario elettronico

Appena il 20% dei medici del territorio, ovvero i medici di famiglia, aggiorna il fascicolo sanitario elettronico ed i consulti con i medici ospedalieri sono rari o inesistenti nell’85% dei casi.  Il Fascicolo sanitario elettronico dovrebbe contenere tutta la storia sanitaria di un paziente, dalle patologie alle terapie che si assumono al momento di entrare in ospedale. Questo sarebbe appunto lo strumento, afferma Fadoi, che consentirebbe a ospedale e medici territoriali di comunicare pur a distanza. Tuttavia, rileva l’indagine, i medici del territorio, anche per farraginosità burocratiche, non riescano ad aggiornarlo nel 39,3% dei casi o lo fanno raramente nel 41% dei casi. Le stesse alte percentuali si ritrovano quando si tratta di rilevare il dialogo tra medici ospedalieri e territoriali. I primi nel 71% dei casi si consultano solo raramente con i medici di famiglia e gli specialisti ambulatoriali quando un paziente viene ricoverato, mentre per il 13,7% il consulto non avviene proprio mai. Si verifica invece abbastanza frequentemente appena nel 15% dei casi. La consulenza si attiva sempre appena lo 0,2% delle volte.

 Fadoi, Case comunità non risolutive e manca link con ospedali

La riforma della sanità territoriale, con i previsti ospedali e Case di comunità, difficilmente riuscirà a risolvere il problema dei ricoveri impropri: mancano disposizioni su chi debba lavorarci e in quale rapporto con l’ospedale. Queste strutture, infatti, per il 38,7% dei medici internisti ospedalieri non riusciranno ad evitare il ripetersi di ricoveri ed accessi impropri ai pronto soccorso, mentre per il 29,4% potranno influire positivamente ma a patto che la riforma venga modificata. Lo evidenzia l’indagine promossa dalla Fadoi (Federazione dei medici internisti ospedalieri) su un campione rappresentativo di tutte le Regioni. La riforma della sanità territoriale è appunto centrata sui maxi ambulatori aperti sette giorni su sette, ossia le case di comunità e gli ospedali sempre di comunità che dovrebbero accudire i pazienti che possono essere dimessi ma non sono in grado di tornare a casa propria. Per il 42,1% degli internisti ospedalieri occorre prima di tutto un provvedimento, ancora mancante, che fornisca indicazioni precise su quali professionisti del territorio e con quale modalità debbano lavorare nelle nuove strutture, mentre per il 27,9% occorrono regole che disegnino il rapporto tra queste strutture e l’ospedale. Per un altro 20,5% servono piattaforme informatiche comuni tra ospedale e strutture del territorio, perché anche qualora i medici schierati in queste ultime aggiornassero il fascicolo sanitario elettronico, oggi in molti casi i sistemi informatici delle varie strutture sanitarie, anche di una stessa regione, non comunicano tra loro. Solo per il 9,5% servirebbero invece finanziamenti specifici per il personale delle strutture territoriali. “L’indagine dimostra numeri alla mano lo scollamento pressoché totale tra ospedale e territorio. Anacronistico in un Paese che invecchiando vede aumentare il numero di pazienti cronici con poli-patologie che richiedono una presa in carico globale, che ricomprenda sia la fase che precede il ricovero sia quella seguente”. “Purtroppo, come segnalano a larga maggioranza i nostri medici, questa frattura non sarà ricucita dalla riforma della sanità territoriale finanziata con i soldi del Pnrr, che ha disegnato le mura delle nuove strutture, senza definire chi ci lavora e come si rapportino con l’ospedale”.  “Come mostrano i risultati della survey, servono regole chiare e stabilite a livello nazionale che leghino tutta la filiera del Servizio sanitario nazionale. Oggi invece i percorsi di cura sono frammentati e spesso si formano dei colli di bottiglia che intasano le strutture”. Per questo servirà agevolare il percorso casa-territorio-ospedale-post acuzie-riabilitazione-casa, con regole d’ingaggio strette e rigorose. La regìa non la può fare in modo burocratico una Centrale operativa territoriale, ma una équipe di professionisti competenti. E poi un ospedale di comunità a ‘quasi totale gestione infermieristica’ non può funzionare, per cui si rende necessaria un via nuova, che coinvolga gli specialisti dell’ospedale in collaborazione con i medici del territorio, con percorsi assistenziali ben definiti”.

Il “gap di comunicazione tra i medici del territorio e l’ospedale rappresenta un vulnus per il nostro sistema sanitario che va colmato. Una maggiore capacità di dialogo è, infatti, necessaria sia per migliorare la qualità delle cure che diamo ai pazienti sia per allentare una pressione indebita sulle strutture ospedaliere che si traduce, appunto, in circa 2 milioni di ricoveri evitabili con un costo di 6 miliardi l’anno per il Servizio Sanitario”. Riferendosi ai ricoveri impropri, Schillaci ha avvertito che «se non rafforziamo il territorio, mettiamo a rischio la tenuta e la qualità dell’assistenza ospedaliera del Ssn che ancora oggi, nonostante tante difficoltà, è tra i migliori al mondo, soprattutto grazie al capitale umano che vi opera». Da qui l’importanza della riforma in atto dell’assistenza territoriale. La presenza nelle Case di Comunità di team multidisciplinari che, ha spiegato il ministro, “coinvolgerà i professionisti individuati nel DM 77, è la risposta più efficace per i bisogni dei pazienti cronici – che rappresentano i maggiori utenti del Servizio Sanitario – e per arginare la pressione sugli ospedali. Secondo recenti dati Agenas, infatti, in presenza di queste strutture gli accessi impropri ai Pronto Soccorso si riducono in maniera significativa”. L’ultima rilevazione relativa al 2023 indica che 3 su 4 medici di famiglia e pediatri hanno alimentato il Fascicolo, in particolare tramite le prescrizioni sanitarie elettroniche. Un approccio – ha concluso – che si sta diffondendo anche nelle aziende sanitarie

Migliore (Fiaso): Formazione e coordinamento degli interventi per superare ricoveri e accessi impropri

“Non possiamo lasciare che i reparti di medicina interna degli ospedali si trasformino in strutture di assistenza sociosanitaria territoriale “Attualmente tra i pronto soccorso e i reparti di medicina interna si crea il maggiore imbuto che allunga i tempi di attesa e aggrava le condizioni di assistenza dei pazienti bloccati in barella in mancanza di un posto letto. Spesso perché è difficile o impossibile assicurare dimissioni protette in centri territoriali o riabilitativi”. “C’è poi un 30% degli accessi che non dovrebbero nemmeno arrivare in pronto soccorso ma essere presi in carico dalla sanità territoriale. Come ha messo in luce l’indagine presentata dalla Fadoi anche la riforma della sanità territoriale con l’istituzione delle Case di Comunità, potrebbe non essere risolutiva. Il Pnrr ha destinato risorse importanti, è necessaria la formazione di nuovi professionisti, medici o infermieri specializzati con competenze avanzate, in grado di assicurare la continuità di cura necessaria ai pazienti fragili.“Le nostre aziende – conclude Migliore – stanno facendo uno sforzo straordinario anche per assicurare lo sviluppo di queste competenze. I corsi sono già partiti in molte regioni e le infrastrutture applicative presto saranno disponibili. Tutti noi abbiamo quindi la grande responsabilità di garantire un reale cambiamento del SSN, impegnandoci per un maggiore coordinamento degli interventi e per superare anacronistici atteggiamenti corporativi.

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