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La scienza della felicità

ovvero: l’inizio della depressione, la fine della politica

Psicologia positiva, pensiero positivo, scienza della felicità… erede di una tendenza di lungo corso, il marketing del benessere (di cui ho già parlato qui) e della felicità si vende come il pane in una società affetta da policrisi e da una diffusione senza precedenti di sindromi ansiose e soprattutto depressive. Nata sulla base di esigenze aziendali ed economiche, oggi la scienza della felicità viene surrettiziamente esportata in contesti che aziende non sono: scuola, sanità, e perfino la società civile.
L’illusione, o forse sarebbe meglio dire la truffa, su cui tutto ciò si regge è che si possa vittoriosamente risolvere il malessere personale e raggiungere il successo nella vita senza modificare alcunché nella struttura e nell’assetto di potere di una società. Ulrich Beck e Zygmunt Baumann ricordano invece che, così facendo, iI modo in cui si vive diventa la soluzione biografica a contraddizioni sistemiche, o piuttosto questo è ciò che si fa credere agli sventurati individui! In realtà, una “soluzione biografica a contraddizioni sistemiche” è un ossimoro; la si può cercare, ma non trovare.
Il secondo tragico aspetto di questa mistificazione sono i suoi effetti collaterali: più fortemente crediamo che tutti gli eventi e le condizioni della nostra vita dipendano dalla nostra mente, da quanto ottimismo, felicità e positività riusciamo a secernere nelle nostre arterie, più amaramente tenderemo a essere convinti che i nostri insuccessi e i nostri fallimenti sono dovuti esclusivamente ai nostri limiti e la nostra incapacità, assolvendo completamente la società. Il risultato finale è una asserzione schiacciante: se stai male, se non sei felice, è colpa tua, c’è qualcosa che non va in te, non nella società. Ovvero: l’inizio della depressione, la fine della politica.

Ecco una breve selezione di passi da un libro fondamentale: William Davies, L’industria della felicità – Come la politica e le grandi imprese ci vendono il benessere, Einaudi 2016.

“I manager e i politici vogliono una scienza precisa per la felicità sul luogo di lavoro. Ma è proprio con questa scienza che hanno avuto inizio molti dei nostri problemi.”

“È abbondante la richiesta politica e commerciale di esperti che vogliano esprimersi e agire sul benessere degli altri, sulla base di una qualche presunta autorità scientifica. Questi esperti stanno a cavallo tra un operatore sanitario qualificato e un prepotente malinformato. Quando trattano questioni delicate, relative alla salute e alla felicità delle altre persone, questi osservatori esterni hanno il grande vantaggio di poter evitare una piena responsabilità morale e, se necessario, di abbandonare il lavoro.”

“Nel libro Il vantaggio della felicità di Shawn Achor, uno dei guru della nuova generazione della psicologia positiva applicata al management, vengono forniti molti dati che suggeriscono che le persone piú felici ottengano di piú dalle loro carriere. Ottengono piú promozioni, vendono di piú, se lavorano nel marketing, e godono di una salute migliore. La felicità diventa una forma di capitale su cui possono fare affidamento nelle turbolenze di una economia incerta.”

“Il neuroscienziato Paul Zak, un altro rinomato conferenziere e consulente su queste tematiche, suggerisce di considerare la nostra felicità come un «muscolo», da esercitare regolarmente per quando ne avremo bisogno. In questo programma cosí individualizzato, si nasconde la capacità di incolpare le persone della loro infelicità e dei loro fallimenti, dato che, evidentemente, sono questioni su cui hanno mancato di intervenire in maniera adeguata. Che cosa può significare la felicità, quando viene concepita in tal modo? Sembrerebbe implicare una fonte di energia e di resilienza ma sempre diretta verso obiettivi diversi dall’essere felici, come lo status sociale, il potere, l’occupazione e il denaro.”

“Un modo per comprendere il neoliberismo è esaminare come le cose si siano evolute a partire da qui: l’aumento vertiginoso degli stipendi dei dirigenti, i livelli senza precedenti di disoccupazione, il dominio crescente del settore finanziario sul resto dell’economia e della società, l’espansione delle tecniche manageriali del settore privato a tutti i campi dell’esistenza. Analizzare queste tendenze è importante, ma è anche importante capire come e perché furono possibili e questo comporta guardare dalla parte opposta, al ventennio che precedette la chiamata alle armi del giovane Hague. È durante questi due decenni che molti degli ingredienti critici del neoliberismo hanno abbandonato i margini periferici della rispettabilità politica e intellettuale per divenire le ortodossie di una nuova era. Tra queste, vi sono state una rinnovata reverenza sia verso la competitività sia verso la gestione della felicità.”

“Possiamo identificare il seme del neoliberismo nelle biografie di una manciata di studiosi, che, attorno al 1960, si trasferirono dalle zone marginali dell’accademia americana ed entro il 1980 sarebbero diventati i fautori di una nuova società competitivo-depressiva.”

“Ciò che distinse la Scuola di Chicago fu il fatto che i suoi studiosi estesero questo modello di psicologia oltre i confini del consumo commerciale, per applicarlo a tutte le forme del comportamento umano. Volere bene ai figli, avere amici, sposarsi, ideare un piano di welfare, fare beneficenza, assumere droghe: tutte queste attività apparentemente sociali, etiche, ritualizzate o irrazionali furono rielaborate a Chicago come strategie calcolate per la massimizzazione del guadagno psicologico privato. Definirono questo modello psicologico «teoria del prezzo» e non videro limiti alla sua applicazione. Nessuno ne comprese le implicazioni meglio di Gary Becker. Oggi, Becker è noto per aver sviluppato l’idea di «capitale umano», un concetto che ha aiutato a modellare e giustificare la privatizzazione degli alti gradi di istruzione, dimostrando che gli individui investendo nelle proprie abilità hanno un ritorno economico.” [per una critica del concetto di capitale umano vedi anche QUI]

“La risposta della Scuola di Chicago a chiunque si lamenti di come il mercato contemporaneo è dominato da giganti corporativi è brutale: vai e fonda, da solo, quello che sarà un gigante corporativo del futuro. Che cosa ti sta frenando? Non lo vuoi abbastanza? Non c’è spirito combattivo in te? Se la risposta è no, forse c’è qualcosa che non va in te, non nella società.”

“Un disturbo che implica un crollo generale e personale diventerà inevitabile solo in una società che vede come massima virtù la crescita generale e personale. In questo modo, una cultura che dà valore esclusivamente all’ottimismo produrrà patologie del pessimismo; un’economia costruita attorno allo spirito di competizione trasformerà il disfattismo in una malattia.”

“Mentre agli psicologi positivi piace parlare in termini di «prosperità» e di «ottimismo», nascosta dietro questa retorica si trova una crescita costante del tasso diagnostico della depressione. Mentre i guru di questo movimento dispensano sorrisi, molti dei loro lettori e ascoltatori stanno lottando con un senso di inutilità, solitudine e depressione, per il quale stanno disperatamente cercando un rimedio.”

“Ancora una volta, la logica dello scambio di mercato monetario viene aspramente criticata dalla psicologia positiva. Le parole che ricorrono continuamente nei testi e nei discorsi di questa disciplina sono gratitudine, dono ed empatia. In un mondo che appare freddo, calcolatore e superficiale la psicologia positiva invita il proprio seguace ad adottare un atteggiamento piú etico, basato sull’empatia e sulla generosità. Il fatto che tale accento verso la reciprocità sociale sia completamente in armonia con lo spirito attuale del capitalismo (evidente nel marketing) passa inosservato.”

“Quello che non viene discusso dalla scienza della felicità, e da ogni innovazione dei social media che proviene da essa, è la logica sociale in cui le relazioni esistono per essere create, per essere oggetto di un investimento e, potenzialmente, per essere abbandonate, alla ricerca dell’ottimizzazione psicologica. L’implicazione più inquietante del ricercare strategicamente la felicità per mezzo delle relazioni è che la bontà di una relazione è pari al valore mentale o allo stimolo che suscita. Potrebbe darsi che l’«elenco degli amici» debba essere «bilanciato», se risulta che quegli amici non stiano diffondendo abbastanza piacere o felicità”.

“Le maggiori vittorie della scienza comportamentale e della scienza della felicità si hanno nel momento in cui gli individui finiscono con l’interpretare e il narrare le proprie vite in base a questa serie di conoscenze specialistiche. In quanto inesperti, arriviamo ad attribuire i nostri fallimenti e la nostra tristezza ai nostri cervelli o alle nostre menti problematiche.”

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