LAVORARE IN UNA RSA

 

di Giorgia Prandini*

“Tanti non sanno cosa significa lavorare in una RSA”. 

Per tanti esistono solo le case di riposo, i luoghi in cui dopo una certa età, le persone devono “andare”. 

Le giornate iniziano alle 7:00, ma per te infermiere o Oss che sia, la sveglia è già suonata da un pezzo… 

Inizi con le cure igieniche, con la terapia, con i parametri vitali. 

Una routine che si ripete giorno dopo giorno. 

Davanti a te una persona che non la spogli solo dei suoi abiti, ma anche della sua dignità, che ti chiede scusa se ha sporcato il pannolone, che ti chiede di far uscire il collega perché si vergogna. 

Cerchi di vestirla di tutto punto, improvvisi una boutique nel suo armadio e prendi le veci del miglior coiffeur in circolazione. 

Che cosa sai di lei? 

Che è ipertesa, diabetica, che ha due figlie, e poi… 

Non sai nulla. 

L’hai conosciuta quando già le sue capacità cognitive erano compromesse, e la vedi indifesa, vulnerabile. Cerchi di immaginarla come era alla tua età, ma ti resta difficile, allora per aiutarti chiedi ai suoi parenti. 

Spesso ascolti descrizioni che non ti aspettavi, “era un maresciallo” ti dicono… 

È allora in quel momento, ti fermi a pensare come saresti tu alla sua età… 

Perché il tempo non sente ragioni, non si ferma per nessuno. 

I turni durano circa 7 di giorno e 10 ore di notte, ti rendi conto che la maggior parte del tuo tempo la trascorri proprio con loro, la tua struttura diventa la tua seconda famiglia. 

E tu diventi la loro! 

Poi un giorno sei lì che ti fermi ad osservare quel letto vuoto, ti chiedi perché non l’hai salutata, ti rispondi che non lo sapevi, che non potevi saperlo, che forse non la rivedrai più… 

E ti fa male… 

Perché tu le volevi bene, perché tu non sapevi neanche il suo numero di letto, perché tu la chiamavi per nome! 

Oggi più che mai sono loro ad essere i più vulnerabili, allora cerchi di difenderli come più puoi, sei la loro coperta, il loro faro. 

Quando perdi uno di loro, non perdi un paziente, perdi una persona cara, una a cui hai voluto veramente bene. 

Mi rammarico a leggere articoli che parlano delle RSA come luoghi di morte, luoghi in cui l’anziano è diventato vittima del sistema, in cui gli operatori sono diventati i loro carnefici. 

Noi siamo quelli che fuori turno chiamiamo il collega per sapere come è andata la terapia, se la febbre è scesa. 

Noi siamo quelli che “non ti preoccupare te la compro io l’acqua”. 

Noi siamo quelli che dal nostro cellulare facciamo una videochiamata ad una persona cara, per avere un contatto affettivo e poter dire “andrà tutto bene! “

Noi siamo quelli che “a volte siamo gli unici al funerale”. 

Fuori da qui per il mondo loro sono i nostri pazienti, ma qui dentro per noi sono “i nostri nonni!”.

  • Lavoratrice in Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA)

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