Contro il benessere

Ottobre, Mese del benessere psicologico, sta ormai per finire. In Italia da tempo si promuovono numerose iniziative sotto questa etichetta generale, ispirandosi al 10 Ottobre, Giornata Mondiale della Salute Mentale. Sembrerebbe scontato che tutti sappiamo che cosa significano queste due espressioni e perfino se l’una o l’altra abbiano applicazioni distinte e delimitate. Lasciando ulteriori approfondite analisi ai semiologi, trovo che la dizione salute mentale abbia immediatamente connotazioni mediche, sia per l’ovvio richiamo al concetto più generale di salute, sia, tristemente, perché per molti l’espressione “recarsi alla salute mentale” significa di fatto essere utenti dei servizi pubblici di psichiatria. L’altro termine, benessere psicologico, si connota in tutt’altra direzione: evoca tutto il marketing del benessere a partire dalle Spa per arrivare alle terapie olistiche, con tutto il correlato di immagini patinate e titillamenti dell’ego. Crocevia di ogni ulteriore significazione è niente meno che un passo dell’atto costitutivo della OMS:

“La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale,
e non semplice assenza di malattia o di infermità”.

Tale assunto partiva certamente da una ispirazione illuminata e progressista, tuttavia svariati decenni di cultura neoliberista l’hanno reso (tristemente) poco più che una ingegnosa trovata di marketing. La sua formulazione dovrebbe apparentemente pacificare gli animi e assicurarci di avere le idee chiare, ma la realtà è decisamente diversa. È già abbastanza fumosa la premessa che la salute (del corpo) non sia assenza di malattia ma benessere: si comprende bene che il benessere deve essere qualcosa di più rispetto al non essere malati, ma non appena proviamo a definire questo costrutto il compito appare davvero arduo. Non si pretende certo di misurarlo, ci mancherebbe, ma quantomeno un costrutto serio dovrebbe permettere di attestarne la presenza o viceversa l’assenza, cosa già non facile con la malattia poiché essa confina in modi molto sfumati con la salute. Le cose si complicano ancora di più quando parliamo di salute mentale: essa non è assenza di… di che cosa? Di psicopatologia? Suvvia non scherziamo: ormai perfino gli psichiatri del gruppo di lavoro che si preparava a stilare il DSM-5 ammettevano che le categorie nosologiche del manuale diagnostico non sono altro che aggregati statistici di comodo, ma sul piano scientifico, epistemologico e eziologico valgono meno di zero (vedi Kupfer et al, a cura di, A research Agenda for DSM-V, American Psychiatric Association, Washington 2002); va detto che poi, nonostante queste premesse critiche, il DSM-V vide la luce senza sostanziali abiure sull’impostazione di fondo. La amara verità è che la salute della mente (come e ancor più di quella del corpo) è uno di quei concetti talmente incrostati di aspetti culturali, ideologici, storici e politici da risultare altissimamente tossici per ogni tentativo di esercitare una qualsivoglia onestà intellettuale. Un piccolo esempio istruttivo: negli ultimi anni molte voci all’interno della professione di psicologo hanno insistito sulla opportunità di accreditarne la figura in modo via via meno medicalizzante e più orientato alla promozione del benessere. C’è forse un pizzico di paradosso nel fatto che tale orientamento a “de-medicalizzarsi” presso l’opinione pubblica abbia convissuto con l’iter che ha portato la professione a diventare a tutti gli effetti “sanitaria“ al punto da essere soggetta al meccanismo della ECM (educazione continua in medicina). 

Tornando al tema principale, cosa sarebbe mai questa salute mentale? È passato tanto tempo dal lieben und arbeiten ovvero amare e lavorare, una definizione di salute mentale attribuita a Freud da fonti incerte, divenuta molto più “americana” nella forma emendata da Kohut “amare e lavorare, sì, ma con soddisfazione”; oggi siamo semmai nell’epoca del fuck and buy (spero di essere esentato dalla traduzione). In termini assai meno materialistici il filosofo Byung-Chul sostiene che nell’era neoliberista è andata perduta qualunque narrazione su una buona vita, lasciandoci all’isteria della sopravvivenza, e alla deriva iper-salutista nel cibo e nel fitness. Il salutista non cerca la salute ma la sopravvivenza, pur non sapendo indicare alcuna ragione emotivamente fondata per vivere. Egli cura maniacalmente il proprio corpo per vivere… un mese in più, e, come diceva ironicamente Woody Allen, in quel mese pioverà sempre. 

Ritengo sia necessario un atto di coraggio e di insubordinazione alle logiche del mainstream-marketing, e ricominciare a parlare di malessere: come ho già evidenziato in un articolo precedente e nel suo seguito, la capacità dell’individuo attuale di orientarsi nei suoi pensieri, nelle sue emozioni, e nelle scelte di vita è minacciata da inquinanti di varia natura. Dobbiamo affermarlo con forza: l’individuo nell’era neoliberista è ai massimi storici per quanto riguarda l’opulenza da cui è circondato, anche se non sempre può parteciparvi personalmente, ma ai minimi storici per il disagio, la precarietà, il disorientamento e l’infelicità percepiti. Egli non sa letteralmente dove mettere i vissuti che attraversano il suo sistema mente-corpo e non riesce a fare di essi dei segnali e delle bussole per muoversi nel mondo. Incapace di certezze, incapace di legami, incapace di solitudine, incapace di sognare ma propenso a rimpiangere, recriminare e accusare. Alla ricerca di un nemico, non fatica a trovarlo nel mondo sociale e ancor più in quello social, ma finisce fin troppo spesso per coltivarlo all’interno di sé. A questo pervasivo senso di inadeguatezza di sé si aggiunge poi assai spesso “un’altra agonia: quella della umiliante, irritante presa di coscienza della propria impotenza.” (Z. Bauman). 

L’individuo allora subisce l’impulso a fare qualcosa, che restituisca insieme la speranza della felicità e il riscatto dall’impotenza a controllare il corso dell’esistenza. Questo “fare” è pressoché sempre confinato nello spazio della vita individuale, nella ricerca di strategie efficaci, insomma, per dirla con U. Beck, noi siamo alla ricerca di soluzioni “biografiche” a problemi che hanno origine invece a livello di sistema sociale. Oggi infatti il potere e il dominio non si esercita più nei modi tradizionali, compensato dai tradizionali modi di trasgressione: oggi il dominio è fondato sull’istituzione dell’insicurezza, e agisce tramite la precarietà dell’esistenza. Stando così le cose, «la storia si riduce al presente (eterno) e tutto ruota attorno all’asse del proprio io personale e della propria vita personale». 

«Forse oggi, mai come in passato, l’individuo è succube del gioco delle forze di mercato, un gioco di cui non è assolutamente conscio e che tanto meno riesce a capire o prevedere, ma dovrà pagare per le sue decisioni prese (o non prese) individualmente.» «II modo in cui si vive diventa la soluzione biografica a contraddizioni sistemiche, o piuttosto questo è ciò che autorevolmente si dice e si fa credere agli sventurati individui (in realtà, una “soluzione biografica a contraddizioni sistemiche” è un ossimoro; la si può cercare, ma non trovare).» (I virgolettati sono citazioni da Z. Bauman). 

Sono questi i motivi per cui dobbiamo tornare a parlare di malessere: sapere che quella soluzione non può essere trovata libera l’individuo da almeno uno dei suoi tanti sensi di fallimento, impotenza e vergogna: quello di non sentirsi felice e realizzato, quello, in ultima analisi, di non possedere il santo Graal della contemporaneità, il cosiddetto benessere psichico.

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