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“Grande” guerra, soltanto per le dimensioni

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4 novembre: ricordare quei ragazzi utilizzati come “viti di una macchina che si scaglia avanti e nessuno sa dove, che si rigetta indietro e nessuno conosce il perché…”

di Francesco Domenico Capizzi*

4 novembre: ricordare quei ragazzi utilizzati come “viti di una macchina che si scaglia avanti e nessuno sa dove, che si rigetta indietro e nessuno conosce il perché…”

di Francesco Domenico Capizzi*

All’alba del 31 gennaio 1917 un ragazzo alto ed esile dai modi gentili e miti, appena diciottenne e senza un filo di barba, in completo blu e cravatta verde scuro salì sul vagone di prima classe alla stazione di Patti. Alle motivate rimostranze del capotreno contrappose, svettante in mezzo alla dozzina di suoi coetanei, uno straordinario diritto appena acquisito: l’appartenenza al Regio Esercito Italiano. Non potrà, infine, che ripiegare insieme agli altri sul vagone di coda riservato ai coscritti.

 La lunga sosta nella stazione di Napoli Mergellina gli permise di apprendere da un ufficiale che il convoglio, divenuto tradotta militare, viaggiava verso la stazione di Milano. Con il carico di assiderati, affamati e assetati, inconsapevoli della destinazione finale, vi giungerà il 7 febbraio. Ufficiale e coscritto proseguirono insieme verso San Felice d’Intelvi, dove era in costruzione la linea Cadorna, distante dal fronte ma non tanto da evitare il riverbero delle esplosioni e i bagliori dei bengala, angoscianti nelle ore notturne.

Quel ragazzo era Giuseppe Capizzi, mio padre, l’ufficiale Felice Alimonte, cappellano militare, il quale, uso a venerare il Beato Ignazio Capizzi dopo i suoi studi nel Collegio omonimo, intenzionato ad assumere un coscritto in grado di leggere e scrivere e cattolico praticante, in questo caso evidente per la continua lettura di libri “spirituali” che portava con sé, lo nominò all’istante addetto al ministero religioso. Avrà salva la vita, fortunosamente come un terzo dei 350.000 ragazzi del ’99 tradotti nelle trincee in piena confusione strategica che avrebbe portato alla disfatta di Caporetto, privi di addestramento, vestiario e materiale bellico, schierati in terre lontane ed ostili contro altri ragazzi indicati come nemici.

Non la forza, non la destrezza né l’audacia delle reclute e tantomeno le flebili, troppo spesso inconsistenti e perfino ridicole, precauzioni tattiche li risparmieranno dalla catastrofe, ma soltanto la casualità: l’effetto barriera davanti a baionette e mitragliatrici, ferite e nevrosi da curare, ripari fortuiti, l’esaurirsi della spinta nemica...la medesima che fortunosamente salverà l’Italia sulla linea del Piave (altroché Il Piave mormorò…non passa lo straniero!).Molti diserteranno e si autoflagelleranno pur di evitare trincee e scontri diretti, altri accusati di viltà davanti al nemico cadranno, decimati, per mano di commilitoni su ordine del comando supremo…

Da tempo le reclute, senza avvedersene, erano divenute “viti di una macchina che si scaglia avanti e nessuno sa dove, che si rigetta indietro e nessuno conosce il perché, il bestiame più eroicamente passivo che la Storia, guida delle greggi, avesse mai preso sotto il suo comando” (Pierre Drieu La Rochelle, interventista, volontario dell’esercito francese).

   * già docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna

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