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Riscoprire l’Africa da igienista dentale

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RISCOPRIRE L’AFRICA DA IGIENISTA DENTALE

di Elena Benedetti*


A differenza della prima volta che sono stata in Tanzania nel 2019,
questa volta sono partita per dedicarmi alla mia professione di igienista
dentale, proponendo un percorso di prevenzione e motivazione nel
piccolo villaggio di Mlali, a nord della Tanzania. Il mio unico progetto era
quello di portare ciò che mi trovo a fare tutti i giorni nel mio studio in
Italia: provare a rendere migliore qualche sorriso. Tuttavia, ero
consapevole di non avere il tempo né le risorse per assistere tutte le
persone che avrei incontrato, ma provandoci mi sono immersa nel pieno
vivere africano.
Ogni mattina arrivavo nel piccolo studio all’interno del dispensario del
villaggio (una sorta di ospedale). Erano solo le 8:30 del mattino, eppure
in strada c’erano già file di persone che quel giorno avevano deciso di camminare a lungo per
farsi visitare. Molti erano scalzi, sporchi, doloranti, con i figli sulla schiena avvolti dai tipici teli
africani.
Dopo qualche ora di lavoro, quasi tutti i giorni facevo una pausa pranzo offerta gentilmente dai
frati Cappuccini della zona. Sono loro che mi hanno ospitato tramite l’associazione Smile Mission,
una Onlus indipendente di cui fanno parte dentisti e igienisti provenienti da tutt’Italia. Le loro
missioni si occupano di promozione della salute orale in comunità svantaggiate e in paesi in via di
sviluppo e collaborano con altre associazioni nazionali e internazionali. Scegliendo di partire, mi
sono messa in viaggio con l’idea di fornire un percorso di prevenzione di salute orale a quella
popolazione che vive ai margini ma mi sono presto resa conto che
non sarebbe bastato. La strada che ho scelto di percorrere si è
trasformata presto in un incontro con l’altro, un camminare insieme
per cercare di risolvere problemi e patologie che richiedono tempo e
mezzi— come sapete, io non avevo nessuno dei due. Sapevo che
sarei rimasta in quel villaggio per due settimane e non avevo
dimistichezza con gli strumenti per estrarre un dente o le fasi
specifiche per curare una carie. Fortunatamente con me c’era
Eugenio, un dentista di Milano. Fianco a fianco, abbiamo intrapreso
questo viaggio e collaborato per fare del nostro meglio durante il
nostro tempo a Mlali. Ricordo che una volta non riuscivamo ad
accendere il generatore, quindi non arrivava la luce in tutta la
struttura. In una situazione normale,non sarebbe stato un problema
aspettare, dal momento in cui la pazienza è uno dei punti di forza
della cultura africana, ma purtroppo stavamo cercando di fare
un’otturazione di un molare; il composito doveva essere
polimerizzato affinchè la cura andasse a buon fine. Che fare? Ho
acceso il telefono e con la torcia dell’iphone al posto della canonica
lampada uv ho polimerizzato il composito. Mi stupisce la contentezza del paziente che è uscito
dalla sala a fine trattamento sorridente e soddisfatto.
Molte volte mi sono sbalordita nel guardare con quanta naturalezza tantissimi pazienti
aspettavano ore ed ore in sala d’attesa. Spesso molti di loro erano costretti a tornare a casa
(distante chissà quanti chilometri) e a tornare il giorno seguente. Non c’era un ordine prestabilito,
un numero da prendere come in Italia quando si va alle poste: tutti sapevano rispettare la persona
che li precedeva senza bisogno di regole esplicite o bigliettini. Talvolta
cercavo di farli stare meglio mettendo in sala d’attesa una cassa con
musica africana. Alcune canzoni le intonavo io e vedevo i loro volti
distendersi e sorridere, forse per il mio swahili zoppicante o per la
scena di un’igienista che tra un paziente e l’altro esce dallo studio per
strappare qualche risata in sala d’attesa. Se poi arrivavano i bambini
era la fine: ballavamo insieme e regalavo loro dentifrici. Prima di iniziare,
ogni mattina li istruivo su come lavare i denti munendomi di una bocca
gigante e qualche spazzolino. Ai più grandi e ai più piccini regalavo
dentifrici, scovolini e spazzolini, nella speranza che almeno qualche
volta li utilizzassero e cercassero di inserire la pulizia orale nella loro
routine quotidiana. Non conoscevo bene la lingua swahili ma mi ero
fatta tradurre qualche frase per illustrare il tutto al meglio— o almeno ci provavo. In quei giorni mi
sono resa conto che basta qualche parola per capirsi, perchè è l’empatia che gioca un ruolo
fondamentale nel rapporto con i pazienti, grandi o piccoli che siano. Spesso aiutavo il dentista a
togliere denti e a fare anestesie tenendo la mano ai pazienti impauriti. Le ragazze mi tenevano la
mano per tutto l’intervento senza mai dirmi nulla. Ogni tanto io
dicevo ‘Usiogope’, che significa ‘Stai tranquilla’ e loro mi
stringevano sempre più forte. Una mattina è arrivata in studio una
bimba di circa 6 anni. Aveva molte carie e alcuni denti che
dovevamo estrarre ma si rifiutava di farsi trattare. A quel punto
abbiamo fatto entrare la madre per tranquillizzarla ma lei era
troppo spaventata e continuava a urlare piangendo. Decisi quindi
di portarla fuori e le diedi un foglio con alcuni colori. Iniziammo a
disegnare insieme e grazie a quel foglio e qualche pennarello mi
rivelò il suo nome: Yusta. Finito il disegno tornò a casa con ancora
tutti i denti cariati, ma almeno felice. Anch’io lo ero perché anche
se non avevo portato a termine il trattamento, per me era stata una fortuna averla incontrata. Mi è
bastata quella mezz’oretta insieme a lei per essere appagata.
Pochi giorni dopo abbiamo avuto due pazienti speciali: due bimbe in sedia a rotelle con problemi
motori e psicologici. Sono andata a prenderle in una saletta dove stavano aspettando guardando
un cartone. Avevo portato con me la cassa della musica e gliel’ho appoggiata attorno al polso,
come fosse una borsetta. Ho fatto partire una delle canzoni preferite dai bambini tanzaniani (se
siete curiosi potete ascoltarla: ‘Theacher’ di Harmonize) e, cantando, le ho portate sulla poltrona.
Paolo, un volontario, mi ha aiutato a farle sedere e mentre le distraevo con qualche boccaccia
Eugenio le visitò. Anche in quell’occasione le bambine si sarebbero dovute sottoporre a interventi
per togliere qualche dentino, ma le condizioni non erano ottimali. Non riuscivo a farle tenere la
bocca aperta per più di qualche secondo ma almeno ci abbiamo provato e ci siamo divertiti nel
farlo.
La paziente a cui mi sono affezionata di più è la stessa che ho conosciuto mentre faceva le
treccine ad alcuni amici in un giardino. Mi ha presa da parte e, sapendo che ero venuta lì come
igienista, ha spalancato la bocca per farmi vedere. Era sera e non avevo gli strumenti per capire
cosa mi stesse dicendo, per cui le ho detto di venire in studio ma lei mi riuscì a dire che non aveva
il denaro per pagare. Dopo averla tranquillizzata spiegando che non sarebbe stato un problema, si
è presentata in visita il giorno seguente. Mentre era in attesa mi ha salutata e chiesto il numero di
telefono. Siamo in contatto ancora oggi, dopo mesi dal mio ritorno in Italia. Prima di partire, le ho
regalato una maglia che avevo rubato dall’armadio di mia sorella, spiegandole il valore che aveva
per me. Anche se adesso siamo distanti, sono certa che io e Agness continueremo a scriverci e
rimarremo in contatto.
É difficile riuscire a spiegare in poche righe la ricchezza
dell’esperienza che ho vissuto, ma spero che leggendole
vi abbiano trasmesso la bellezza dell’Africa, vista dal
piccolo mondo di un’igienista dentale romagnola.
* dr.ssa igienista dentale, Bologna

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