
Il bullismo come malattia richiede fondi e interventi di salute mentale
Mettendo da parte l’errore di ricondurre il fenomeno al solo disagio giovanile diventa indispensabile comprendere quali azioni possa realizzare il servizio sanitario regionale con le famiglie, la scuola e le istituzioni
di Anna Pesce *
I punti chiave
Quando parliamo di bullismo, si tende erroneamente a ricondurlo solo a un disagio giovanile, caratterizzato da episodi di violenza isolati. Ma è davvero così? Partendo dal presupposto che questo fenomeno comprende violenza non solo fisica ma soprattutto psicologica esercitata solitamente tra pari, intenzionalmente praticata sui più deboli, c’è da chiedersi se invece potrebbe essere associato a qualcos’altro. Meglio, a una patologia vera e propria ovvero a una malattia sociale.
Oltre il disagio giovanile
Quanto alla prima ipotesi, essa è rinvenibile, in un contesto più generale, in un frequente disturbo della crescita, inteso come condizione di disagio cui non riesce più a dare rimedio la scuola, ma neppure la famiglia. Un disagio multifaceted, che rintraccia la sua genesi sulle assenze multiformi, rientranti nelle rivalse delle appartenenze a ceti economici sofferenti ma anche a classi abbienti, cui alcuni giovanissimi che vi appartengono sono frequenti opporsi con atteggiamenti di supremazia violenta, perché infelici dei lussi goduti.
D’altronde la continua crescita di femminicidi, ove si riscontrano protagonisti appena al di sopra dell’adolescenza, dimostra l’esistenza di un terreno giovanile affetto da patologie da meglio catalogare.
Diversamente è il caso, se non propriamente distaccato dalla prima “diagnosi”, del bullismo come effetto di una malattia sociale, quale sorta di traduzione impropria di un malessere che rintraccia la via d’uscita dall’imitazione delle esperienze peggiori.
In questa ultima analisi sono stati certamente tenuti nella dovuta considerazione: a) la manifestazione cinematografica, che rinviene con il proliferarsi delle piattaforme ad uso televisivo “robaccia” in catalogo, nella quale è quasi sempre presente la ricchezza e il domini assicurato dal ceto delinquenziale; b) l’uso dei social media che consentono l’occupazione di palcoscenici offensivi per la cultura, frequentati con tanti giovani alla ricerca dell’autore di se stesso a tutti i costi, attraverso pericolose auto esibizioni ; c) la vita comune ove è facile individuare chi delinque in godimento di ricchezze terrene anche se poco munito di facoltà intellettive e culturali, con l’inconcepibile “rispetto” assicurato dalla viltà comune ovvero da fascini segnatamente impropri, di quelle sottospecie di forme di innamoramento verso i criminali.
Un linguaggio para-mafioso
Sulla base di questa categorizzazione si profila una assimilazione della ratio del bullismo a quella logica esistenziale delle mafie. Ciò sia in termini di uso del linguaggio praticato che di ricaduta degli effetti.
Il linguaggio usato dai bulli è, infatti, in buona sostanza imperniato sulla sfacciata prepotenza, sulla minaccia, sulla intimidazione, sulla pretesa di vedersi corrisposto un prezzo indebito per evitare tristi conseguenze al bullizzato.
Stessa cosa gli effetti minacciati all’ennesima potenza tanto da diventare causa del suicidio del destinatario deriso, oltraggiato e picchiato violentemente.
Finanche l’organizzazione del bullismo fonda le sue basi su quelle del circuito criminale e malavitoso. A capo c’è il bullo – che si ritiene tale a denominazione di origine controllata – che è colui che impone e materialmente compie le prepotenze ovvero ne ordina sfacciatamente l’esecuzione. Poi ci sono i gregari, da intendersi coloro che affiancano, a più livelli, il bullo doc nelle sue azioni.
A fare da cornice a una siffatta commedia della più indicibile verità ci sono gli spettatori, suddivisi anche essi in tre categorie: quelli che assistono per sadismo, arrivando a incitare il bullo a continuare nel suo operato distruttivo; quelli che rimangono attoniti e inattivi, rimanendo brutti esempi di viltà sociale; quelli che si girano dall’altra parte, abituati a sottovalutare il fenomeno sino addirittura a negarlo alle loro latitudini geografiche.
La domanda che è giusto porsi è cosa potrebbero realmente fare le famiglie, la scuola e la società civile per arginare un fenomeno che sta assumendo dimensioni vaste e devastanti. Al riguardo, non si può prescindere da una vera riformulazione dell’educazione rivolta ai giovani, imperniata sulla ricostruzione dei valori dei singoli e dei loro insiemi familiari, scolastici e ludico-sportivi.
Prevenzione nei Servizi sanitari regionali
Nondimeno, mettendo da parte il solito errore di ricondurre il bullismo al solo disagio giovanile, diventa indispensabile comprendere cosa possa fare in proposito il Servizio sanitario regionale, impegnato in strategic and systemic combination con le famiglie, la scuola e le istituzioni locali, tanto da mettere a terra interventi precoci di educazione e prevenzione indispensabili per diradare il fenomeno e proteggere le vittime. Al riguardo, dovrebbero essere intensificati l’irrobustimento delle Unità operative complesse di salute mentale nella aziende sanitarie, implementati gli organici con i professionisti necessari, previsti e assegnati i finanziamenti senza i quali non si va da alcuna parte, offerto uno spazio considerevole ad hoc nel Piano nazionale della Prevenzione in corso di stesura definitiva a cura del Ministero della Salute.
* Communication expert della Fondazione TrasPArenza